Facoltà di Architettura di Trieste

14. Nel 1999 vengo chiamato ad insegnare Tecniche della rappresentazione alla Facoltà di Architettura di Trieste, una Facoltà che concorro a costituirsi dal punto di vista programmatico collaborando al progetto formulato dal professor Roberto Masiero.
Organizzo, curo e progetto esposizioni d’arte contemporanea in Italia e in Europa. Come esperto di soluzioni estetiche di comunicazione e immagine d’impresa collaboro con importanti aziende pubbliche e private. Il presidente di Unindustria Treviso, Maurizio Galluzzo, mi incarica di progettare un piano per la costituzione di una mostra e di un museo di Design, compito che perseguo con ancora maggiore passione dopo precedenti progetti abortiti, come quello faticosamente studiato assieme a Masiero e a Chiggio per Gavina. Ma dopo i numerosi incontri con la squadra scientifica messa insieme da Galluzzo, e la consegna del progetto, un mai spiegato e improvviso silenzio cala su tanta fatica.

Iuav

13. Insegno come professore a contratto, dal 1995 al 2011, Storia dell’Arte Contemporanea nella Facoltà di Design e Arti, Corso di Disegno Industriale dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Nel 2001 vengo nominato professore a contratto anche di Storia delle comunicazioni visive Viene richiesta la mia afferenza al Dipartimento Arti Disegno Industriale. Nel gennaio 1999 sono comandato, con decreto del Ministero della Ricerca Scientifica e della Pubblica Istruzione, presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, per studiare, organizzare e svolgere una ricerca scientifica sul Design nel Nord Est d’Italia, incarico che non sarà rinnovato l’anno seguente quando – soprattutto grazie alla collaborazione del professor Ennio Chiggio- avevamo mappato tutta l’area di produzione industriale e rilevato, per la prima volta, la rete di interrelazione tra le industrie e il bacino di distribuzione e di consumo.
Si deve puntualizzare quanto segue: il Corso di Laurea in Disegno Industriale di Treviso, in seguito denominata Facoltà di design faceva e continua ad essere una realtà staccata, e lontana, senza contatti, con l’altra parte, quella chic, dedicata alle arti, con sede a Venezia. La scelta delle che sedi che si sono succedute, da un vecchio edificio militare all’estrema periferia della città a quella attuale, situata in un edificio compresso tra una casa per anziani e una scuola primaria, è già di per sé sufficiente per farci capire la scarsa importanza che la Cassa Marca e le altre istituzioni ed enti hanno attribuito a questa Facoltà, priva persino di una sia pur minima biblioteca di consultazione e di studio.

Voglio ora documentare come si è risolto il mio contratto di insegnamento in quella facoltà. Per fare ciò copio due mail di oggi (20-09-2014), la prima inviata ad un caro collega molto stimato e, di seguito, la sua risposta.

Caro collega,
professor Alberto Pasetti.

Ho letto la Sua risposta al professor Grillenzoni.
Mi permetto di aggiungere alla necessaria conoscenza di eventi comuni anche il mio caso.
Ho insegnato Storia dell’arte contemporanea al CLADIS dal 1995 al 2011, con quella qualità che prego di controllare su www.selfproject.it, dove tutti i materiali di insegnamento sono stati inseriti (naturalmente anche tutte le registrazioni delle lezioni dal vivo e senza censure ..). Vorrei osare di aggiungere di aver ottenuto per questa metodologia di comunicazione open source riconoscimenti a livello internazionale.
A settembre del 2011 telefono alla segreteria della Facoltà per chiedere spiegazione del fatto di non aver ancora ricevuto l’orario delle mie prossime lezioni.
Il Direttore amministrativo mi informa che proprio non gli sembra che io sia più nel novero dei docenti.
Incontro casualmente il Direttore professor Zito, mentre mi reco a fare gli esami autunnali, di lì a poco.
Si meraviglia che io non ci sia più e promette che mi telefonerà, anche perché mi propongo a titolo gratuito.
Naturalmente non l’ho più sentito, se non in risposta ai miei auguri di mezzanotte dell’ultimo dell’anno.
Cari saluti.
Ernesto L. Francalanci
Forse la seguente informazione non è del tutto pertinente con quanto precede, ma mi sta a cuore informarla che è da poco uscito per Mimesis il mio ultimo libro intitolato: Estetica del potere (!….).

Ed ecco la risposta ad immediato giro di posta:

Caro Ernesto,

grazie per la comunicazione e-mail, in particolare per la notizia del libro che non mancherò di procurarmi (il tema mi sembra molto appropriato)! In questi giorni sto ricevendo diverse segnalazioni e commenti analoghi a quello che Lei mi ha inviato. Certo, sapere che questo trattamento è toccato anche a Lei (ci davamo del tu nelle occasioni dei rari incontri organizzativi) sembra quasi incredibile. Forse è il caso di meditare su una “lettera aperta” al Gazzettino o al Corriere del Veneto, a firma di tutti i docenti i quali, sic, si riconoscono in questa comune verità nascosta, che di sicuro potrebbe far riflettere l’opinione pubblica sulle reali opportunità perse, in un Ateneo che godeva di un’elevata fama, non solo nazionale!
Il titolo “succede allo IUAV” potrebbe essere adeguato e di sicuro gli elementi salienti per condire questa forma di denuncia  non mancherebbero, partendo proprio dall’ultimo caso emerso. E mi permetto di ripetermi una seconda volta: un caso di malcostume è ammissibile (se pur mai giustificato), alcuni sono più che fastidiosi, diversamente molti, come nel caso nostro, indicano una vera e propria distorsione del concetto di arroganza che va, come minimo, segnalata se non arrestata. Senza dimenticarsi che i veri perdenti (alcuni inconsapevoli) di tutto ciò sono comunque e sempre gli studenti e questo, come sappiamo bene, fa notizia!
 Cosa ne pensa?
 Un cordiale Saluto,
Alberto Pasetti

Riforma

12. É giusto ricordare, per altro, un fatto poco noto. Ad ostacolare qualsiasi processo di riforma anche interno dell’Accademia erano moltissimi degli stessi docenti, timorosi di perdere le loro prerogative di anarchica libertà didattica e la loro autorità. In primis, soprattutto i cosiddetti “maestri”, a partire da Emilio Vedova, il più feroce oppositore a qualsiasi riflessione riformatrice. La sua aula, tutta dipinta di nero, era come un territorio a sé, la cui attività, anche quando di alto livello artistico e culturale – come nel caso dell’incontro tra Massimo Cacciari, Mario Messinis e Klaus Metzger, sul tema della “nuova musica” e del suo rapporto con la pittura – non aveva eco nel resto della scuola. L’Accademia è Vedova, scrivevano gli studenti nei loro tazebao: vedova a causa di queste resistenze del maestro e della sua utopia autoritaria (tutti gli studenti incupivano l’anima e le tele di nero). In secundis, ad ostacolare la lotta per la riforma, c’erano tutti quegli insegnanti che temevano di dover affrontare eventuali concorsi universitari. Perché proprio su ciò mi battevo, trovando sempre forti opposizioni: che non si dovesse passare impunemente a livello universitario senza averlo ottenuto secondo le procedure stabilite per legge. Innanzitutto – per gli insegnamenti cosiddetti teorici – che non avvenisse che un docente di Storia dell’architettura, per esempio, che non aveva mai pubblicato un testo di una certa serietà, potesse improvvisamente essere portato allo stesso livello di autorità scientifica di un Francesco Dal Co o di un Manfredo Tafuri, che insegnavano a poche centinaia di metri da noi. O di un professore di “Storia dell’arte” (onnicomprensività generica della nostra disciplina) – che in effetti, da noi, poteva essere persino senza laurea, senza aver pubblicato alcunché ed essersi fatto passare precedentemente per Assistente, per la cui titolarità è richiesta il titolo di laurea specifica – potesse essere elevato ope legis al livello di un Mazzariol – altro nostro dirimpettaio, tanto per fare un nome. E, a proposito di assistenti, a me è capitato, tra altri di un certo spessore, un tale a cui gli studenti avevano affibbiato il soprannome di Cutstone.

Dipartimento

11. Dell’esperienza nel Dipartimento rimangono ancora vive, dentro di me, e dolorose le dure lotte con i colleghi di Storia dell’arte, tranne che, in parte, con Angela Vettese, che pretendevano di definirsi in un Dipartimento di Storia dell’arte “universale” (l’unica nostra forza propositiva, come Accademia, era invece quella di dirigere le nostre discipline unicamente all’ambito della contemporaneità, derivante dalla nostra specificità teorica e produttiva, e dal momento che eravamo l’unica istituzione – prima che lo IUAV fondasse, portandoci via il nostro territorio – coinvolgendo la stessa Angela Vettese, che già scriveva sul Sole 24 Ore – la Facoltà delle arti – ad occuparci a Venezia e nel Veneto dell’attualità). Mi sono battuto – con scritti, conferenze, convegni, interventi e lezioni – in tutti quegli anni, accompagnato da non più di sette o otto colleghi, per la “riforma universitaria” delle Accademie, per me un vero e proprio atto rifondativo, a partire dall’organigramma delle discipline e della loro finalità dipartimentale. Tra questi compagni di strada, denunciati dalla destra e traditi a sinistra, Ennio Chiggio (con cui avevo sviluppato un rapporto di più stretto rispetto scientifico), Giorgio Nonvellier, Sandro Sproccati, Toni Toniato, Giovanni Soccol, Arnaldo Momo, Angelo Schwarz, Giulio Alessandri, Luigi Viola: a questi, purtroppo si deve una finale malaugurata consegna al sindacato dell’esito dell’ultima conferenza nazionale dei direttori, dei docenti e degli studenti, che ero riuscito a portare ad un’adesione unitaria, antipartitica e antisindacale, con l’acclamazione di tutti i delegati e di tutte le componenti studentesche e con l’atto di dimissione di tutti i direttori, dopo tanti decenni di lotte, scioperi, controcorsi, convegni e vani appelli ai vari capi di Stato e ai numerosi Ministri. Un’esplosione atomica nel mezzo del teatro che ci ospitava, a Carrara, sarebbe stata meno distruttiva.

1978

10. Esce nel 1978 il numero monografico della rivista “Iterarte”, numero 14, dedicato alla mia attività sovversiva, intitolato “Accademia di Belle Arti e Beni culturali”, assistito da Maria Teresa Fiocco ed Elisabetta Ticcò. La Rivista raccoglie alcune importanti attività svolte dagli studenti “nel territorio”: l'”Intervento nella colonia dell’ospedale psichiatrico di Trieste a Villa Fulcis” a Safforze di Belluno; l'”intervento temporaneo nella Scuola media Zambelli” di Venezia; l'”Intervento di animazione nel quartiere di Santa Croce” di Padova; l'”Intervento continuato nei mesi estivi al campeggio comunale degli Alberoni” e quello al “campeggio estivo comunale di Perarolo”; l'”Intervento continuato nei mesi estivi di doposcuola nel quartier della Giudecca” in Venezia. Nonché due splendide tesi campione: “Case rurali nel comprensorio del Montello nel Trevigiano” di Ivan Bonesso e “Barbariga nel Bresciano: aspetti socio culturali della trasformazione capitalistica del territorio” di Stefano Bertizzolo e Titta Sbarain. La “casa della parola” è il titolo che ho dato ad una stupenda architettura dell’entroterra veneziano, esattamente a Quarto d’Altino (ora, in qualche modo restaurata, sede del futuro Museo archeologico di Altino). Si tratta di un enorme edificio a pianta quadrata, adibito inizialmente ad abitazione e a granaio. La ricerca verrà particolarmente seguita dagli studenti Anna Gheller, Raffaello Padovan, Beatrice Siviero e Claudio Franzini (che farà degli straordinari rilievi fotografici) dell’Accademia e da Mirella Lama di Architettura (molti studenti di Ca’ Foscari e di Architettura frequentavano le mie lezioni e i miei seminari). L’esito della lunga ricerca si sostanzia in una tesi ponderosa, un cui estratto, assieme ad altri dati presi da ricerche consimili fatte da altri studenti sul territorio sarà pubblicato in Case rurali nel Veneto, Quaderni della Regione veneto). Il mio progetto è politico: proporre innanzitutto un modello di studio scientifico sui beni culturali del territorio, giungere ad una catalogazione precisa sulla base di una cartografia accurata in scala altissima (IGM), impedire l’abbattimento di memorie storico architettoniche, rivitalizzare culturalmente il territorio stesso, collegare tra loro enti, istituzioni e realtà locali.

Comandato

8. Comandato dalla Facoltà di Lettere di Padova alla Soprintendenza alle Gallerie di Venezia, sono stato “coordinatore di ricerca” di cinque équipes internazionali di storici, studiosi e tecnici dell’UNESCO per l’analisi attributiva e documentativa dello stato di fatto dei beni mobili della città di Venezia a seguito dell’alluvione del 1966; il risultato sarà un corpus di più di diecimila schede di analisi descrittiva delle opere d’arte e dei beni mobili presenti in edifici pubblici e religiosi di Venezia, oggi depositate presso la Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico e Demoantropologico di Venezia. Piuttosto che il burocrate sovrintendente, Francesco Valcanover, sarà la bravissima ispettrice di ruolo Sara Staccioli, la futura direttrice della Borghese, ad indicarmi strade di ricerca inedite. É il momento della mia entrata nel mondo esclusivo del mercato dell’arte antica. Alcuni grandi antiquari, come Ridolfi, di Venezia, mi insegnano metodologie di analisi attribuzionistica che mai l’Università sarebbe stata capace di offrirmi.

Laurea

7. Mi sono laureato nel 1965 in Storia dell’Arte moderna con Rodolfo Pallucchini all’Università di Padova (alla Facoltà di Lettere e Filosofia), ma altrettanto importante è stata la lezione di altri maestri come Sergio Bettini, Vittore Branca, Gianfranco Folena, Alfonso Traina (uno dei più importanti allievi di Pietro Ferrarino, assieme a Marino Barchiesi, che era stato il mio professore di latino e greco al liceo classico). Fu Bettini a farci conoscere, nei primi anni sessanta, Lacan, Foucault, Merleau-Ponty, Levi-Strauss, Wittgenstein. Un sapere che si trasmetteva oralmente (solo alla fine fissato in corposi libri-dispense) e che quindi obbligava lo studente a seguire la voce lontana del maestro, il volto illuminato dal basso dalla lampada del leggio, al centro dell’emiciclo immerso nel buio punteggiato dalle piccole luci sui banchi. L’aula di storia dell’arte del Liviano (dove avrei insegnato anch’io, supplendo Apollonio). Un dispensare per rapporto diretto, che mi ha fatto allora decidere di pubblicare fondamentalmente in dispense e di trasmettere direttamente il più possibile.
Nel frattempo compio, per pochi anni, l’esperienza di insegnare anche in una scuola privata per geometri italiano e storia, in cui ero abilitato. Di quella esperienza bella e terribile porto ancora indelebili ferite. Innanzitutto il mio licenziamento, che fu politico, e, dal loro punto di vista, giustificato. Avevo condotto gli studenti, senza nulla togliere alle ore di lezione, a fare delle inchieste sul territorio alla ricerca di una nuova “geometria” dei valori: l’escavazione distruttiva dei colli Berici, l’inquinamento provocato da Marghera, la condizione dei bambini in brefotrofio, un’inchiesta documentata fotograficamente sull’orrore dello stile “geometra” che aveva distrutto gran parte del Veneto. Molti di quegli studenti migliori, tra cui Leonardo Sartorio, Franco Benato, Giorgio Fattore, Flavio Giotto, sono diventati degli amici. Alcuni di essi ancora mi frequentano.
Lo stesso anno della laurea ottengo l’incarico di Assistente (in effetti ero un assistente borsista, a cui competevano anche e soprattutto regolari lezioni e, in seguito, corsi completi), prima alla Cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea di Dino Formaggio e quindi a quella di Umbro Apollonio. Posseggo ancora gli appunti della prolusione di Formaggio e quelli della sua prima lezione. Quando ci insegnò, una volta per sempre, la differenza tra la cosa e la Cosa: avevo un sasso – ricordava – raccolto accanto al torrente, presso cui avevo fatto all’amore, un sasso che avevo posto su un tavolino, sopra dei fogli, un sasso che qualcuno getterà via, perché nient’altro gli sembrava se non un fermacarte (era, invece, un “ferma pensiero”).
Negli anni a seguire, fino al 1973, ho assistito Umbro Apollonio. L’amico, colui che mi introduce nel mondo internazionale dell’arte, che mi fa scrivere su “Art International” e su “Opus International”, che mi incita a pubblicare, che mi affida incarichi, come quello di addetto culturale nelle Biennali d’arte da lui dirette, e che mi fa da guida quotidiana nel labirinto della splendida biblioteca dell’ASAC, ridotto oggi ad un pallido fantasma di ciò che era. Nel frattempo avevo seguito sterilmente i due anni di Perfezionamento in Storia dell’Arte contemporanea. Ho, sempre negli stessi anni, tenuto corsi di Storia dell’Arte Contemporanea per perfezionandi americani dell’Università di Santa Barbara alla Californian University e due anni di corso sulle “estetiche della dittatura” alla Facoltà di Scienze Politiche di Padova. Seguo le tesi di perfezionamento in Storia dell’arte contemporanea: Gianni Laroni, Sergio Scarpa Falce, Maria Grazia Ortolan, Luisa Cristani, Maria Obrist, Francamaria Pullia, Cristina Stevan, Enrichetta Toscani, Maria Maddalena Gualandi… i migliori. E quelli, soprattutto, che ricordo e di cui conservo i documenti.

Il gatto a nove code

6.Il giornale di Istituto. “Il gatto a nove code”. Le mie novelle e i miei scritti. Il senso di stare costruendo il mio futuro, pagina dopo pagina, incontro dopo incontro. Lezione dopo lezione. Persino quelle che facevo io stesso, dando le prime ripetizioni, con i cui guadagni ho comprato una macchina fotografica, una Leidolf Wetzlar, quasi una Leica.
Studio e già “insegno”: nel senso che una sorta di fato o fatto genetico mi spinge a dover trasferire ad altri ciò che imparo. Sento che questo trasferimento di dati produce rete. Rete di reti. Neuronali. Nient’altro è così importante come questo passage: un passaggio nei due sensi, ovviamente. Perché ciò che si offre deve essere ritornato amplificato, reso critico e dunque eternamente sperimentale. Per ricominciare ancora una volta e sempre di nuovo a comunicare gli uni con gli altri. Ovunque nel mondo. Per ciò – come avrei poi per tutta la vita cercato di realizzare – il viaggio per essere informati e per scambiare dati (certo anche emozioni e passioni e affetti) è da compiersi dentro la biblioteca e tra gli uomini. Ho sempre cercato di conquistare e scambiare informazioni. Esattamente: trasferire l’un l’altro pensieri, con aggiornamenti. Quando questo passaggio funziona – e deve funzionare sempre nei due sensi -, cambia la vita, nel senso che tali segni si incidono nel modo stesso di pensare il mondo nel suo complesso. Ora finalmente so che la nostra tragedia attuale più grave è la sparizione di questa circolarità fluente.

Mestre

5. Giunti a Mestre, da quel “paradiso culturale nordico”, incontro, oltre al mio nuovo padre,Prima classe. Venezia - Brunico colui che mi darà la vita vera, una sorella,e un fratello, inizialmente crudeli, Mara e Franco (una speranza della Normale di Pisa, a cui la guerra avrebbe consegnato anche a lui un destino diverso, e tuttavia, alla fine, risoltosi in una imprevista enorme ricchezza economica). Un giorno, mentre siamo su un battello, che scende il Canal Grande, Gastone indica le Gallerie e l’Accademia adiacente (dove Mara era studentessa) e profetizza che vi avrei insegnato un giorno. Mara e le sue amiche mi usavano come modello per il disegno.1947. Guardando verso le Gallerie dell'Accademia La loro influenza artistica sarà determinante, come altrettanto importante sarà la caratteristica laica e atea di quella famiglia, nella quale si intrecciava perfettamente lo spirito libertario di L’Aura Per Sempre.La scuola media è un’esperienza drammatica. Ad ogni lettura trimestrale e pubblica dei voti della pagella sempre il mio doppio cognome diventava oggetto di sarcasmo. Insegnanti impreparati, cattivi. Compagni quasi tutti violenti, tutti cattolicissimi e alcuni di loro già dichiaratamente fascisti. In questa scuola si sarebbero formati alcuni dei soggetti che avranno diretta responsabilità negli eventi stragistici dei decenni seguenti in Italia.

Fu una lotta, spesso, di sopravvivenza. Per le strade mi scontravo con orribili mutanti, armati di fucile, con cui sparavano ad ogni animale che attraversava il loro cammino e il cerchio di cielo sulle loro teste. Ma, in seguito, ho fatto un liceo classico stupendo, con insegnanti straordinari (Tullio Roffaré, Marino Barchiesi, Luigina Bortolato) e compagni di studio molto intelligenti (Adriano Paparella, Paolo Mantovanelli, Graziana Campanato, Francesca Modenato..). La prima supplenza l’ho fatta al liceo classico in cui mi ero appena diplomato; tra gli studenti c’era anche chi, essendo stato bocciato, era stato, l’anno prima, mio compagno di classe.

Libri

4. Questi numerosi libri ereditati si allineano sui bianchi scaffali di una piccola libreria disegnata da L’Aura Per Sempre. L'Aura Per Sempre-2Questi libri, di cui facevo regolarmente una scheda, non appena finiti di leggere, hanno costituito la base della mia formazione intellettuale.  E sempre più laica: già il padre di L’Aura Per Sempre era riuscito a suggerirmi i trucchi per non frequentare la chiesa e i suoi sacerdoti. I dubbi, che solo in parte mi inquietavano nell’incombere della notte, si affievolivano sempre di più ad ogni nuova pagina letta e ad ogni nuovo odioso suono di campana.

Quando mi viene scattata questa foto, ricordo di essere stato perfettamente consapevole della sua importanza futura, tanto da rovesciare il giornale in modo da evidenziare la testata.Il Corriere dei piccoli

Uno degli strumenti fondamentali della mia formazione è stata l’Enciclopedia dei Ragazzi Mondadori (edizione del 1940, a cura di Guido Martinelli), dieci volumi, letta tra i sette e i dieci anni: un universo di conoscenze e di risposte a tutte le domande che mi ponevo. Un’Enciclopedia, i cui libri erano divisi in capitoli dai temi ricorrenti.Enciclopedia dei Ragazzi, A. Mondadori, 1940 ( a cura di Guido Martinelli)Il primo capitolo di ogni volume non era a caso intitolato Il libro degli astri, e non il Libro della creazione. Conseguentemente il secondo era dedicato alle conquiste umane. Di seguito – Il libro della Terra. E solo al quarto posto Il libro della fede: attenzione, il suo titolo avrebbe tuttavia dovuto essere  Il libro delle religioni, dal momento che ogni diversa fede sarebbe stata trattata, volume dopo volume, in maniera sufficientemente corretta (la doppia anima del fascismo).

 

 

 

 

 

Stalag IIIC, nr. 42814: Gianni, il fratello di L’Aura Per Sempre, ritorna dal campo di concentramento. Uno dei pochi sopravvissuti. SONY DSCQuesta targhetta di riconoscimento mi sconvolge. Ciò che mi colpisce sono quattro particolari. La parte posteriore consumata dal contatto con il corpo. Il tracciamento delle tre righe per la “scrittura” da quaderno di terza, che attraversano la superficie dell’oggetto. La ripetizione speculare della scritta. Il punto fermo inciso dopo nr.
L’Aura per sempre mi presenta il suo compagno, che sposa. Gastone mi regala, la prima volta che ci incontriamo, due primi libri, due romanzi di Dickens Oliver Twist e David Copperfield : il primo esempio di romanzo sociale e antiromantico e il più importante Bildungsroman moderno, vale a dire il primo modello di autocostruzione biografica. I due racconti si fanno uno spazio preciso nella mia mente, memetizzandosi. Ed io vedevo realizzarsi la giustificazione della mia caparbietà autoprogettuale (selfproject…) e della mia ancora in parte inconsapevole predisposizione comunista.